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NUOVA LEGGE SINDACALE
CARABINIERI E MILITARI
NUOVA LEGGE SUL LIBERO SINDACATO PER CARABINIERI E MILITARI IN SERVIZIO PRESENTATA DALL'UFFICIO LEGISLAZIONE DEL SINDACATO U.N.A.C. RELAZIONE INTRODUTTIVA Onorevoli Colleghi! - La legge n. 382 del 1978, meglio nota come "legge dei princìpi", introdusse per la prima volta nell'ordinamento militare la nozione di rappresentanza soggettiva del militare in relazione alla tutela dei propri diritti individuali e collettivi, nonché il principio che anche il militare è titolare di interessi legittimi che non possono ritenersi conclusi nell'ambito del rapporto gerarchico- disciplinare. Con l'affermazione di questo principio di democrazia, nasceva all'interno delle Forze armate italiane la "rappresentanza militare", un complesso sistema di organismi elettivi, sostanzialmente articolato su tre livelli, con un sistema elettorale di secondo grado che come si è appurato nel concreto, non ha garantito una reale rappresentatività delle istanze e delle aspirazioni del personale militare, a causa della “sudditanza” dai vertici militari, e dalla inesperienza degli addetti, eletti non sulla base di esperienza sindacale, ma per meri clientelismi di parte. Principio fondante della rappresentanza militare era ed è di essere un organismo dell'organizzazione militare, ed in quanto tale inserito nel sistema gerarchico-disciplinare. Ne sono conseguite alcune peculiarità strutturali, talvolta contraddittorie rispetto alla sua natura di organismo rappresentativo. Citiamo, tra quelle più discusse, la presidenza dei consigli della rappresentanza affidata ex jure al membro più alto in grado, l'impossibilità di una comunicazione autonoma con l'esterno dell'organizzazione, la rigida articolazione in comparti di categoria e di ruolo, la conseguente non corrispondenza tra consistenza della rappresentanza e dimensione della base rappresentata, l’inesperienza sindacale degli eletti etc.etc. Ad oltre un quarto di secolo da quella riforma, che fu certamente rivoluzionaria rispetto alle condizioni di allora, il sistema della rappresentanza ha mostrato tutti i suoi limiti. Da almeno un decennio questa insufficienza è stata avvertita, tanto che i singoli Carabinieri, hanno preferito costituire ed aderire ad Organizzazioni assistenziali, quali per esempio l’U.N.A.C. (Unione Nazionale Arma Carabinieri) Fondata nel 1998 dal Maresciallo dei Carabinieri Antonio SAVINO, organizzazione che ha fornito assistenza documentata ad oltre 50.000 Carabinieri e Militari ed alla quale aderiscono tutt’oggi oltre 25.000 Carabinieri, che rilasciavano apposite “deleghe”. L’U.N.A.C. fu’ dichiarata para-sindacale dal Ministro della Difesa di allora, mentre l’Unione Europea anche all’epoca adita, rispondeva che mancava una legislazione Europea sul Diritto di associazione. ( all.1 ) Nel 1999, la Corte Costituzionale, investita del problema della legittimità costituzionale dell'articolo 8 della legge n. 382 del 1978, aveva dichiarato "non incostituzionale" il divieto per i militari di costituire associazioni professionali o sindacali. La stessa Corte, tuttavia, ribadiva nella sua sentenza come dovesse essere il legislatore a definire la disciplina associativa per i militari. Nell’anno 2006, l’U.N.A.C. aderiva all’Euromil, organizzazione Europea composta da diverse associazioni di militari dei Paesi Europei, tra cui quelli della Francia ( ADEFDROMIL ), ottenendo le firme di tutti quei delegati per una petizione al Governo Italiano regolarmente presentata come da riscontro sia della Camera dei Deputati che del Senato della Repubblica. ( All. 2 e 3 ) e rimasta tutt’oggi disattesa. Quest’ultima Associazione Francese, nelle stesse condizioni dell’U.N.A.C., in termini di avversione Ministeriale, aderiva la Corte di Giustizia Europea in tema di negazione di Diritti Sindacali per i Militari, ottenendo le -Sentenze nr. 32191/09 e 10609/10 in data 02.10.2014 , attestanti i Diritti Sindacali per i Militari in servizio attivo, ovvero in caso contrario la Violazione del diritto di Informazione e Libertà Sindacale, ovvero violazione dell’Art. 11 della Convenzione Europea Diritti dell’Uomo e Delle Libertà Fondamentali. Testualmente:” 41-La Corte ricorda che l'articolo 11 § 1 presenta la libertà sindacale come una forma o un aspetto particolare della libertà di associazione. Le parole "per la difesa dei propri interessi" elencati in questo articolo non sono ridondanti e la Convenzione salvaguarda la libertà di difendere gli interessi professionali dei membri di un sindacato attraverso l'azione collettiva di ciò, azioni di cui gli Stati contraenti devono a loro volta rendere possibile lo svolgimento e lo sviluppo. Dovrebbe pertanto essere possibile per un sindacato intervenire per tutelare gli interessi dei suoi membri, ed i singoli aderenti hanno il diritto alla possibilità che il loro sindacato venga ascoltato nella difesa dei propri interessi. (Sindacato nazionale della polizia belga c. Belgio 27 ottobre 1975 §§ 38-40, serie A n ° 19, macchinisti svedesi dell'Unione c. Svezia 6 febbraio 1976 §§ 39-41, serie A n ° 20 e Wilson, Unione nazionale dei Giornalisti e altri c. Regno-Unito, n. 30668/96, 30671/96 e 30678/96, § 42, CEDU 2002 V). 42. Ha anche sottolineato che il paragrafo 2 non esclude nessuna categoria professionale del campo di applicazione dell'articolo 11; cita in particolare le forze armate e la polizia tra quelli che possono, al massimo, vedersi imporre dagli Stati delle "restrizioni legittime" senza pertanto che il diritto alla libertà sindacale dei loro membri sia messo in discussione. (Sindacato nazionale della polizia belga, già citata, § 40, il Tum Haber Sen e Çınar c. Turchia, n° 28602/95, §§ 28 e 29, CEDU 2006 II, Wille c. Liechtenstein, n ° 28396/95 [GC] § 41, CEDU 1999-VII, Demir e Baykara c. Turchia [GC], n° 34503/97, § 107, CEDU 2008 e Sindicatul "Păstorul cel Bun" c. Romania [GC], n° 2330/09, § 145 CEDU 2013 (estratti)). 43. La Corte sottolinea che essa ha considerato al riguardo che le restrizioni che possono essere imposte ai tre gruppi di persone citati dall'articolo 11 richiedono una rigorosa interpretazione e devono quindi limitarsi all’"esercizio" dei diritti in questione. Essi non devono minare l'essenza stessa del diritto di organizzarsi. (Demir e Baykara già citati §§ 97 e 119). 44. Di conseguenza, la Corte non accetta le restrizioni che colpiscono gli elementi essenziali della libertà sindacale, senza le quali il contenuto di tale libertà sarebbe privato della sua sostanza. Il diritto di formare un sindacato e di aderirvi è uno di questi elementi essenziali (Demir e Baykara, già citati, §§ 144-145). 45. Per essere coerente con il paragrafo 2 dell'articolo 11, l'interferenza nell’esercizio della libertà sindacale deve essere "prevista dalla legge", ispirata da uno o più scopi legittimi e "necessaria in una società democratica" nel perseguimento di quello o quegli obiettivi. (Vedi, tra gli altri, Demir e Baykara, § 117, e Sindicatul "Păstorul cel Bun", § 150). 46. La Corte ricorda che l'espressione "prevista dalla legge", richiede non solo che la misura incriminata abbia un fondamento nel diritto interno, ma si riferisce anche alla qualità della legge in questione, che deve essere accessibile alla persona e prevedibile (Sunday Times c. Royaume-Uni (no 1) del 26 aprile 1979, série A n° 30, § 49, Rekvényi c. Hongrie [GC], n° 25390/94, § 34, CEDH 1999 III e Perinçek c. Suisse, n° 27510/08, § 67, CEDH 2013). Si ricorda inoltre che questa espressione si riferisce principalmente al diritto interno e che non è suo compito controllare la regolarità nè l’opportunità delle decisioni prese sulla base di esso, ma solo di studiarne le incidenze sul diritto del ricorrente di svolgere attività sindacali ai sensi dell'articolo 11 della Convenzione (Bulga e altre Turchia, n° 43974/98, § 70, 20 settembre 2005, Demir e Baykara, § 119, già citati Sindicatul "Păstorul cel Bun", già citati, § 153, e Sampaio e Paiva de Melo c. Portogallo, N°. 33287/10, § 34, 23 ottobre 2013). 47. Infine, per quanto riguarda la ricerca di uno scopo legittimo e la proporzionalità della misura in questione con esso, la Corte ha osservato che il termine "ordine" di cui all'articolo 11, § 2, designa non solo l '"ordine pubblico", ma anche l'ordine che dovrebbe regnare all'interno di un determinato gruppo sociale, come ad esempio le forze armate, dal momento che il disordine in questo gruppo può influenzare l'ordine nell’intera società (Engel e altri Paesi Bassi, 8 giugno 1976, § 98, serie A n ° 22, e Vereinigung Demokratischer Soldaten Österreichs e Gubi c. L'Austria, 19 dicembre 1994, § 32, serie A n° 302). Tuttavia, essa ritiene che il divieto assoluto di formare o aderire ad un sindacato non è, in ogni caso, una misura "necessaria in una società democratica" ai sensi di questo stesso articolo (Demir e Baykara già citato §§ 126-127). Che tale carenza di “democrazia” nelle Forze Armate e Forze di Polizia ad Ordinamento Militare italiane ha raggiunto una situazione insostenibile, sfociato ormai nell’arbitrio, di chi in primis dovrebbe dare l’esempio nel rispetto di norme e direttive addirittura sovra nazionali, puntualmente disattese anche per propri fini “personali” desumibili da continue e documentate attività “persecutorie” certamente ritenute rientranti nel fenomeno del Mobbing anche attraverso l’attività anti-sindacale, attività di molestie sessuali ed altri fenomeni presenti e mai di fatto affrontati dallo Stato Maggiore Esercito, il quale ultimo con la Circolare nr. 2383 Cod.Id.02 Ind.Cl.51 del 22.03.2013, ( All.4 ) ha riconosciuto da una parte l’esistenza nell’ambito Militare di fenomeni quali il “Mobbing” e quali le “Molestie Sessuali”, demandando il controllo e la repressione però agli stessi Comandanti di Corpo, ovvero Ufficiali Superiori, per i quali ultimi nulla è previsto in caso fossero proprio queste figure apicali ad essere “attori” di tali fenomeni. La figura del Comandante di Corpo infatti, è determinante nei trasferimenti, assegnazioni di incarico, nella disciplina e nell’avanzamento in grado di tutti i propri dipendenti uomini e donne, potere assoluto che determina una “sudditanza” psicologica tale da parte dei dipendenti, portati a “subire” ed a “tacere” situazioni critiche. Infine, fenomeni quali il “Mobbing” e le “Molestie Sessuali” possono e devono essere trattate in forma “riservata” da “specialisti” del settore, con le dovute “garanzie” per chi le ha subite, e tanto non puo’ riconoscersi certo agli Ufficiali Comandanti di Corpo delle Forze Armate e dell’Arma dei Carabinieri. Tali fenomeni, non possono che essere trattati con l’ausilio di “organismi” esterni, super partes, che possano garantire l’assistenza la prevenzione la repressione e la tutela ai militari uomini e soprattutto donne. I giudici di Strasburgo, già in data 2.10.2014, avevano statuito che le "restrizioni legislative" al diritto di aderire o formare associazioni a carattere sindacale per i militari, devono limitarsi solo alla regolamentazione "dell'esercizio" del diritto in questione, e non devono (né possono) mettere in pericolo l'essenza stessa del diritto di organizzarsi. Ma la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo è stata ancora più esplicita: ha infatti ritenuto che, se da un lato la preoccupazione delle gerarchie militari alla conservazione dell'ordine e della disciplina necessarie nelle forze armate possa ritenersi legittima, questo però non impedisce alla Corte di esaminare se tali limitazioni siano necessarie in una società democratica. La Corte ha rilevato che, sebbene la legislazione (nel caso concreto francese) prevedeva degli organismi interni - come i nostri Cocer - in rappresentanza delle istanze e delle preoccupazioni del personale militare, tuttavia tali istituzioni non sostituiscono la libertà di associazione del personale militare, una libertà che comprende il diritto di formare sindacati e di aderirvi. Seguendo tale ragionamento, la CEDU ha ritenuto che i motivi invocati dalle Autorità per giustificare l'interferenza nei diritti non sono -erano -né pertinenti né sufficienti, visto che la loro decisione era pari a un divieto assoluto rivolto al personale militare che decide di unirsi in un sindacato di categoria e che questo divieto generale di formare o aderire a un sindacato usurpa l'essenza stessa della libertà di associazione e non può essere considerato proporzionato e non è, quindi, "necessario in una società democratica"; Che, nonostante l’intervenuta e “storica” decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (addirittura favorevole alla possibilità per i militari di riunirsi in sindacati o associazioni professionali, pena la violazione dell’Articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), l’Amministrazione Militare Italiana, anziché intervenire in doverosa autotutela per annullare eventuali cause ostative all’attività Sindacale, – ha addirittura non solo “omesso” l’inoltro all’organo centrale amministrativo del Ministero della Difesa, delle deleghe sindacali, ( All.5 ) nonche’ omesso altresì di dare risposta nei modi e nei termini previsti alla notifica di adesione e accettazione di carica sindacale da parte dei militari interessati. Infatti in ottemperanza a quanto statuito dalla Corte di Giustizia Europea, con le Sentenze in oggetto, sui Diritti Sindacali dei Militari, l’Associazione Culturale – para sindacale - Unione Nazionale Arma Carabinieri, ( UNAC ) già operante dal 1998, a favore di tutti i 120 mila Carabinieri in servizio, e dei 200 Mila Militari, previo Congresso Nazionale svoltosi a termini di legge nell’anno 2013, cessava la forma Associativa culturale e dava vita alla costituzione del Sindacato Autonomo Carabinieri e Militari U.N.A.C. con regolare Statuto nel quale, in ottemperanza alle direttive dell’Alta Corte europea, NON E’ PREVISTO IL DIRITTO DI SCIOPERO – ma sono previsti organismi quali l’Avvocatura Nazionale Militare, il centro nazionale anti discriminazioni, molestie sessuali e mobbing, l’ufficio legislativo e formazione professionale per la presentazione di pareri migliorativi a livello legislativo etc.etc., con notifica, dell’avvenuta Costituzione e del relativo Statuto, inviata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Difesa, al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comitato delle Pari Opportunità ed al Ministro dell’Interno. (All.6 e 7 ) E' ben vero che bisogna distinguere, quando si parla di rappresentanza militare, tra i due comparti in cui sostanzialmente si articola: il comparto sicurezza, al quale appartengono l'Arma dei carabinieri e il Corpo della guardia di finanza, e il comparto difesa, del quale fanno parte le tre Forze armate, compreso il Corpo delle capitanerie di porto la cui natura ibrida non ne rende facile una classificazione. Questa distinzione sottolinea però la principale contraddizione interna al sistema della rappresentanza militare, e cioè la rilevante differenza di condizione e di rappresentanza esterna che contraddistingue nel nostro Paese le Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di stato e Polizia penitenziaria) rispetto a quelle militarmente ordinate (Arma dei carabinieri, , Corpo della guardia di finanza e, per alcuni aspetti, Corpo delle capitanerie di porto). Senza tralasciare che gli appartenenti alle Forze Armate, Esercito, Marina e Aeronautica, anch’essi discriminati nei propri Diritti, vengono altresi’ impiegati anche in compiti di Polizia e di Sicurezza in Missioni Estere, al pari dei colleghi Europei i quali ultimi tutti godono delle tutele Sindacali, tranne appunto l’Italia. Di fatto, cittadini che svolgono sostanzialmente il medesimo servizio di polizia e di difesa, vivono diverse condizioni personali in virtù del permanere, nel nostro Paese, dell'anacronismo rappresentato da corpi di polizia ad ordinamento militare che svolgono tuttavia compiti essenzialmente civili. Ciò è del tutto vero per la Guardia di Finanza, lo è sostanzialmente anche per i Carabinieri, i cui compiti residui di polizia militare e di sicurezza riguardano forse meno del 15 per cento della forza organica. Nel quarto di secolo ultimo sono anche intervenute sostanziali novità per quanto riguarda la struttura del nostro apparato militare, oltre che per le missioni affidategli. La più recente delle riforme, quella relativa alla professionalizzazione delle Forze armate, e l’utilizzo delle stesse nelle Missioni Estere, è anche quella che maggiormente impatta con la mancanza dei diritti Sindacali per gli stessi Militari. La richiesta di una diversa possibilità di rappresentanza Sindacale per tutti i militari in servizio ed in congedo senza alcuna distinzione, è diventata sempre più forte, in concomitanza del progressivo svuotamento di ruolo dei consigli esistenti, stretti tra insensibilità della linea di comando e ambizioni politiche di diversi loro membri che hanno talvolta cercato, non solo in tempi recenti, di condizionarne l'attività. L'insoddisfazione del personale militare verso un istituto ( rappresentanza militare) che doveva essere importante ma che di fatto si è rivelato un sindacato “giallo”, operante negli anni al solo FAVORE DEI VERTICI, ha mostrato evidentemente anche tutti i propri limiti oggettivi, e ha portato anche a numerosi pronunciamenti degli stessi organismi rappresentativi, fortemente critici nei confronti di proposte di riforma puramente nominalistiche. Sembrano dunque piu’ che maturi i tempi per garantire ai militari il diritto di aderire a libere associazioni di carattere sindacale, come viene ormai sancito in tutti i Paese Europei, tranne che in Italia. In tale senso va la nostra proposta di legge urgente, che prevede, la libertà di costituire organizzazioni sindacali per il personale militare della difesa, com’è gia’ avvenuto con la costituzione del Sindacato Carabinieri e Militari U.N.A.C., i cui aderenti, in linea con le direttive dell’Alta Corte Europea, non possono certo aspettare oltre l’inerzia ed il “vuoto” della politica italiana in materia, nonché continuare a subire l’ostruzionismo dei vertici Militari, impegnati a mantenere lo Status quo dei “privilegi” goduti, ed a vietare non solo l’adesione con “deleghe” al Sindacato U.N.A.C., ma anche a vietarne la libertà di informazione “negando” l’abbonamento alla stessa pur sollecitato dalla Presidenza della Repubblica Italiana ( All. 8) il tutto a discapito dei propri assistiti, e del sistema sicurezza e difesa in generale, ovvero a discapito di tutta la collettività, e nel contempo, continuare a permettere l’abbonamento a “proprie” riviste, edite e gestite da alti ufficiali con proprie Fondazioni Private anche a scopo di lucro, in chiara discriminazione sul diritto alla libera informazione per i militari (All.9 ) Sindacati che dovranno garantire sostanzialmente la contrattazione e la difesa degli interessi collettivi dei militari, al quale affidare la tutela del personale rispetto a trasferimenti, organizzazione del lavoro, turni, disciplina, remunerazioni, avanzamenti, nonché garantire la protezione degli interessi dei militari impegnati in missioni all'estero. PROGETTO DI LEGGE - N. DIRITTO PER I CARABINIERI, FINANZIERI E MILITARI DI ASSOCIARSI IN SINDACATI Disegno di legge n° ________________________________________ Art. 1 (Diritto di associazione dei militari). 1. In attuazione degli articoli 39 e 52 della Costituzione, e art. 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, recentemente ribadito dalla Corte di Giustizia Europea, è riconosciuto agli appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia ad ordinamento militare il diritto di associarsi in sindacati e organizzazioni professionali. 2. Gli appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia ad ordinamento militare in servizio attivo, in ausiliaria, in aspettativa ed in congedo, possono aderire ad organizzazioni di carattere sindacale formate, dirette e rappresentate da appartenenti, rispettivamente, all'Aeronautica, all'Esercito, alla Marina, all'Arma dei Carabinieri e al Corpo della Guardia di Finanza in attività di servizio e in congedo. L'adesione è libera, volontaria ed individuale. 3. Le organizzazioni sindacali o professionali formate ai sensi del presente articolo possono coordinarsi tra loro nonché aderire, affiliarsi o avere relazioni di carattere organizzativo con altre associazioni sindacali, nazionali ed europee. 4. Al Sindacato di rispettiva Forza Armata, possono rivolgersi in forma riservata tutti i militari uomini e donne, anche per evidenziare aspetti di”Mobbing” nonché di ogni mancata attuazione di norme idonee, come da Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, nonchè per mancata attuazione della LEGGE 183/2010 che prevede (Misure atte a garantire pari opportunità, benessere di chi lavora e assenza di discriminazioni nelle amministrazioni pubbliche). I rappresentanti Sindacali che ricevono le suddette segnalazioni, interagiscono direttamente con l’ufficio responsabile del Personale a livello Nazionale, per una prima risoluzione bonaria delle vertenze, prima di adire le vie legali esterne. Art. 2. (Facoltà e limiti dell'azione sindacale). 1. Gli appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia ad ordinamento militare non esercitano il diritto di sciopero o azioni sostitutive di esso che possano pregiudicare il servizio. 2. L'attività sindacale si svolge in maniera autonoma, senza interferire con le attività di servizio ed operative. Alle organizzazioni sindacali è tuttavia riconosciuto il diritto di riunirsi nelle infrastrutture delle amministrazioni di rispettiva appartenenza nel limite di ore annue prestabilite, in orario di servizio e senza limiti di tempo al di fuori del normale orario di servizio. I Dirigenti Sindacali a livello centrale e locale, hanno diritto a vedersi riconosciuto un idoneo ufficio ambito infrastruttura militare, per l’espletamento del proprio mandato Sindacale fuori dall’orario di servizio. 3. Per l'attribuzione ai sindacati di cui all'articolo 1 della presente legge dei poteri di contrattazione nazionale e decentrata si applicano le norme di cui alla legge 6 marzo 1992, n. 216, e al decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 195, e successive modificazioni. Art. 3. (Diritti dei dirigenti sindacali). 1. Il Ministro per la funzione pubblica, di concerto, rispettivamente, con il Ministro della Difesa e con il Ministro dell'Economia e delle finanze in relazione alle rispettive competenze, concorda con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative le collocazioni in aspettativa spettanti ad ogni singola organizzazione sindacale di categoria, sia a livello nazionale che a livello territoriale. 2. I componenti degli organi statutari dei sindacati di cui all'articolo 1 che non si trovino in aspettativa in base al comma 1 del presente articolo sono autorizzati, su richiesta dei dirigenti della rispettiva organizzazione e salve inderogabili esigenze di servizio, ad usufruire di permessi retribuiti per il tempo strettamente necessario all'espletamento della normale attività sindacale e per la partecipazione alle riunioni degli organi di appartenenza. 3. Ai militari collocati in aspettativa ai sensi del comma 1 si applica il trattamento giuridico ed economico previsto per il personale del pubblico impiego in analoga posizione. 4. Ai Dirigenti Sindacali, spetta l’attribuzione di sede di servizio idonea all’espletamento del proprio mandato Sindacale, nella Regione o Provincia di influenza, anche in sovrannumero rispetto all’organico esistente. I dirigenti Sindacali non possono subire procedimenti disciplinari per la loro attività Sindacale, che deve essere libera, autonoma e professionale a favore di tutti i propri assistiti in tutte le sedi previste. Art. 4. (Compiti dei Sindacati). 1. I Sindacati, oltre ai rispettivi compiti statutari, esprimono pareri e raccomandazioni relativamente ai riflessi sullo stato e sul benessere dei militari in relazione alle disposizioni e alle norme riguardanti il servizio, i trasferimenti, la formazione professionale e la disciplina dei militari. 2. I Sindacati hanno inoltre competenza relativamente alla tutela e al benessere del personale impegnato in servizio anche collettivo sia all’interno che al di fuori del territorio nazionale. 3. Ciascun Sindacato presenta annualmente al Ministro della difesa, al Ministro dell'economia e delle finanze e al Ministro dell’interno, un rapporto generale sulla condizione militare. Il Ministro competente, trasmette la relazione, con le osservazioni eventuali, al Parlamento entro il 31 gennaio di ogni anno. 4. I dirigenti Sindacali sono altresì ascoltati sui temi che riguardano i militari in generale, almeno una volta all’anno dalla Commissione Difesa al Senato ed alla Camera dei Deputati. Art. 5. (Deleghe al Governo). 1. Il Governo è delegato ad emanare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo recante modifiche all'articolo 2 della legge 6 marzo 1992, n. 216, e al decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 195, e successive modificazioni, al fine di adeguarli ai princìpi e criteri direttivi stabiliti dalla presente legge. 2. Il decreto legislativo di cui al comma 1 deve stabilire in particolare: a) nuove modalità di contrattazione centrale per i Sindacati del personale delle Forze armate e delle Forze di polizia ad ordinamento militare, ai sensi di quanto previsto dalla presente legge; b) modificazioni agli articoli 4 e 5 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 195, e successive modificazioni, al fine di adeguare le materie oggetto della contrattazione alle disposizioni previste per le Forze di polizia ad ordinamento civile; c) la previsione di accordi decentrati a livello periferico, specificando altresì che le modalità ed i contenuti saranno definiti da accordi nazionali con le organizzazioni sindacali; tali accordi, senza comportare alcun onere aggiuntivo, individuano i criteri applicativi delle norme e dei contratti e sono diretti a garantire un costruttivo rapporto tra Sindacati e amministrazioni nel rispetto dei diritti individuali, dei doveri e dell'efficienza del servizio Art. 6. (Norme abrogate). 1. L’Articolo 1475 del Nuovo Codice dell’Ordinamento Militare D.L. 66/2010, E’ ABROGATO. Art. 7. (Entrata in vigore). 1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
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