il Mobbing
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STORIA DI MOBBING
FRENCESCO DI FIORE
MOBBING: L'INCREDIBILE STORIA DI FRANCESCO DI FIORE Vice Brigadiere dell'Arma dei Carabinieri colleziona un serie incredibile di querele: sempre assolto. Una vera e propria storia di mobbing a colpi di denunce. Non si vuole, con questa cronaca, mettere in cattiva luce l'Arma dei Carabinieri che svolge un lavoro encomiabile; è la qualità delle persone che fa la differenza ... e non tutti, purtroppo, sono sempre corretti. Francesco Di Fiore è nato a Palermo 43 anni fa e per 25 anni ha servito l'Anna dei Carabinieri e alla cui divisa, nonostante le sue disavventure, tiene ancora oggi e nutre rispetto, anche se è stato congedato, non certo per suo volere. Una casa, quella in cui mi accoglie Di Fiore, quando vado a trovarlo in Friuli dove risiede, che ha un garage e una cantina zeppa di raccoglitori, dove Francesco tiene tutta la documentazione sulle sue traversie: richieste di condanne, denuncie fatte da lui e ricevute, sentenze di ogni tipo, articoli di giornali ... Un vero è proprio archivio. Ci sediamo in cucina nella taverna: un caffè, un bicchier d'acqua e inizia un colloquio durato ben 4 ore ... Tutto comincia dieci anni fa: è il 4 novembre del 1997, quando nella caserma dove presta servizio, in seguito ad un avvicendamento, arriva un Maresciallo a guidare il reparto operativo. Il sottufficiale da poco arrivato, battibecca con un suo sottoposto e dopo questo litigio verbale, il nuovo comandante, decide di sospendere il Di Fiore da una indagine, sotto copertura, che stava svolgendo per ordine del sottoposto con cui il maresciallo ebbe il diverbio. Di Fiore viene richiamato in caserma e il Maresciallo gli comunica che non deve più occuparsi di quell'indagine. A questo punto, il vice brigadiere palermitano, chiede spiegazioni del sollevamento dall'incarico al suo superiore, che inizia a scaldarsi alzando la voce e minacciandolo. Di Fiore dopo 17 anni di servizio senza alcuna sbavatura, si becca per quella richiesta 5 giorni di consegna semplice. Francesco, che ha sempre lavorato nei reparti speciali dei Carabinieri, non rimane a guardare: la punizione ingiusta non gli va giù. Di Fiore a questo punto denuncia il Maresciallo. Da premettere che durante quella discussione in caserma, nella stanza del "capo" c'erano il vice brigadiere e il comandante, nessun altro. Vistosi denunciato il Maresciallo si presenta in Tribunale durante il processo e porta con se cinque testimoni, ma gli avvocati del Di Fiore presentano come teste un carabiniere che era arrivato pochi giorni prima del fatto in caserma, il quale dichiara che in quella stanza non c'era nessuno oltre al Maresciallo e lo stesso Di Fiore. La cosa finisce in una bolla di sapone. Il maresciallo e i suoi cinque testimoni vengono assolti. Il tormento per Di Fiore è appena cominciato. "Sono iniziate da lì le pressioni psicologiche - dichiara Francesco - vo­levano da subito trasferirmi in una zona vicino al valico della frontiera ad Aurisina" . Di Fiore fa domanda per essere trasferito al Nucleo Operativo di Gorizia che viene accolta. Prima dell' arrivo di Francesco nella sua nuova destinazione, arrivano le comunicazioni negative del reparto appena lasciato. Dalla padella alla brace ... e proprio il caso di dirlo. In questo nuovo reparto il comandante è un capitano. Nel 2002 mentre era in caserma a Monfalcone, il capitano lo denuncia per insubordinazione in quanto gli ordinava di "nascondere" il quotidiano "L'Unità" che Di Fiore portava sotto braccio e di rimanere seduto mentre gli parlava. Assolto per insussistenza del reato: quell'ordine non doveva essere impartito. La famiglia di Di Fiore subisce dei seri contraccolpi. Suonano per vari giorni al citofono e la moglie di Francesco risponde; ogni volta e la stessa storia: anonimi più volte si presentano come Carabinieri. La signora cade in una forte depressione per le pressioni ricevute. Pochi giorni dopo arriva un'altra accusa di insubordinazione: nel marzo del 2002 Di Fiore viene ricoverato d'urgenza all' ospedale, in due distinte occasioni, per problemi cardiaci e per problemi di origine nervosa, dovuta alle pressioni che subisce in caserma. Questa degenza gli costa tre nuove accuse: simulazione d'infermità aggravata, diserzione aggravata e truffa militare pluriaggravata, tutte con l'aggravante della continuazione. Rinviato a giudizio: assolto perché il fatto non sussiste. Di Fiore per sottrarsi alle vessazioni a cui è sottoposto, per la nomea che gli hanno affibbiato nella precedente de­stinazione, opta nel 2003 per chiedere l'aspettativa non retribuita, perché intende dedicarsi alla politica; infatti si candida e viene eletto consigliere comunale a Monfalcone. A dicembre è invitato a recarsi in caserma dove gli viene notificato un atto ufficioso dal Ministero della Difesa, nel quale si comunica che la sua richiesta viene accettata. Di Fiore accetta e mette a disposizione del Vice Comandante della caserma, la pistola, i caricatori in suo possesso e le manette, il quale però rifiuta di riceverle asserendo che lui non ha avuto alcun ordine in tal senso (da premettere che Di Fiore, in realtà, non aveva alcun obbligo di restituire l'arma, in quanto non è prevista per legge tale disposizione; lo stesso Ministero della Difesa interpellato dal Di Fiore, ha confermato che non esiste obbligo di consegna dell'armamento, poiché, non aveva perso, con l'aspettativa, le proprie attribuzioni giuridiche, quindi era legittimato a detenere la pistola. ndr). Il giorno seguente Francesco invia un fax in caserma, chiedendo di risolvere il problema della detenzione della Pistola, caricatore manette ecc. mettendoli a disposizione dell'Arma dei Carabinieri. Dopo due giorni si presentano a casa del brigadiere due tenenti per perquisire l'abitazione, chiedendo la restituzione della pistola. Di Fiore non ci vede chiaro, comunque sia rimonta la pistola, che normalmente tiene smontata quando sta in casa e la consegna spontaneamente insieme a manette, caricatori, distintivo e patente militare, che i militari gli sequestrano. I due gli chiedono di seguirli in caserma per espletare il verbale. Di Fiore insiste perché il verbale giacché ha consegnato l'arma, gli venga verbalizzato in quel momento, senza bisogno di seguirli. Alla fine dopo una serie di discussioni li segue in caserma; Di Fiore a quel punto viene arrestato per mancata consegna della pistola d'ordinanza e siccome nei giorni precedenti, dal comando di Monfalcone lo avevano cercato varie volte senza trovarlo, l'accusano pure di aver ignorato i solleciti dei suoi superiori per consegnare le dotazioni in suo possesso e quindi per disubbidienza. Il vicebrigadiere si fa due giorni di carcere e poi finisce agli arresti domiciliari. Di Fiore viene condannato in primo grado a un anno di reclusione per detenzione illegale e aggravata di armamento da guerra e per non aver risposto ai solleciti dei suoi superiori. A distanza di 4 anni dall'arresto e a due dalla prima sentenza, la Corte d'Appello di Verona annulla la sentenza di condanna non rilevando alcun dolo da parte di Di Fiore nella detenzione prolungata delle dotazioni e riguardo alla disubbidienza, viene prosciolto perché i suoi superiori non hanno seguito la prassi stabilità in questi casi, giustificando così il comportamento del vicebrigadiere. Altre vicissitudini Durante il periodo intercorso tra l' arresto e la sentenza della Corte d' Appello, a Di Fiore è successo di tutto: una domenica di dicembre si è ritrovato l'auto parcheggiata sotto casa completamente rigata, con le gomme tagliate, i tergicristalli piegati e con tanto di biglietti anonimi minatori. Successivamente a distanza di pochi giorni trovava la vettura aperta con la serratura manomessa, dopo averla lasciata in sosta in piazza Oberdan a Ronchi dei Legionari; mentre si dirige verso casa, per far passare un pedone, frena, ma si accorge che i freni non funzionano. I tubi dei freni della ruota destra erano stati tranciati di netto. Di Fiore ha sporto denuncia contro ignoti. Una storia incredibile Adesso Francesco Di Fiore è in pensione, congedato dall'Arma per causa di servizio. La sua famiglia è in frantumi. Unica consolazione, se così si può dire, e che è stata riconosciuta, ai suoi persecutori, l'accusa di mobbing. Ma può un risarcimento monetario, ricucire uno strappo così profondo che ha solcato la vita familiare e la perduta serenità in tanti anni di ves­sazioni, dovuta a pochi elementi che sono ben lontani dalla fama della Benemerita? Inserito il 02 dicembre 2007 alle 15:16:00
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