il Mobbing
il Mobbing

CARABINIERI-ROVIGO
OMICIDIO -SUICIDIO
Strage in caserma/ Fra il maresciallo e l'appuntato rapporti tesi e rancori nascosti Tra i due carabinieri confronti aspri: il comandante forse offeso dai "non ricordo" del collega nel processo da cui uscì assolto ROVIGO - Un delitto freddo, calcolato, voluto, chissà quante volte immaginato, prima della sua esecuzione spietata. Che non nasce dalla passione, dal calore della rabbia, dalla provocazione che genera un gesto improvviso, imprevisto, inconsulto. La morte in caserma è l’epilogo tremendo di uno scontro di personalità - quella del comandante e del suo subalterno - che cresce giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. Fino ad esplodere. Il rebus della strage di Porto Viro non si spiega con un movente eclatante. Ne sono convinti per primi i carabinieri che indagano per capire come sia possibile che un luogo rassicurante come una caserma, una delle tante case della grande famiglia dell’Arma, sia diventato la scena cupa di una tragedia. Se lo sta chiedendo il sostituto Stefano Longhi, che con il procuratore Dario Curtarello deve dipanare un caso senza precedenti. E i dubbi impauriti rimbalzano tra i cittadini di quella comunità tranquilla nel Delta del Po, che vedevano nel maresciallo Zingale un’istituzione, l’uomo che con una pacca sulle spalle era pronto a capire ed aiutare tutti. Le sequenze filmate sono una prova inconfutabile di come si sono svolti i fatti. L’appuntato scelto Renato Addario, 50 anni, catanese, ha ucciso il suo comandante Antonino Zingale e la moglie Ginetta Giraldo. Poi si è ucciso. Tutto in una manciata di secondi. Il problema è capire perché è accaduto. E per quale motivo nessuno nella struttura militare o nelle sue gerarchie si sia accorto della miscela esplosiva di stress e rancore che stava superando la soglia della sopportazione. Ieri, sul far del mezzogiorno, una donna si è avvicinata a un giornalista di una emittente televisiva. «Vi spiego io perché ha sparato...». E giù con una trama boccaccesca, intreccio paesano di rivalità amorose. Niente di vero. Eppure le supposizioni si sprecano, la gente vuole essere rassicurata dal rischio che ogni caserma si possa trasformare all’improvviso in una polveriera umana. Un carattere duro. Zingale era un comandante vero. Da vent’anni incarnava l’ordine e lo dimostrava anche con gli otto uomini della truppa. Probabilmente ne è nato un attrito comportamentale con Addario, costretto a dover ubbidir tacendo. Anche quando non ne aveva voglia. Una tensione latente. Non uno scontro vero e proprio, raccontano gli altri carabinieri. Ma un confronto che covava sotto la cenere della disciplina, rinfocolato nell’impossibilità di uno sfogo. Forse Addario ne ha parlato alla moglie (che verrà interrogata solo tra qualche tempo), pur senza rappresentare una conflittualità che facesse presagire il dramma. Nessun litigio. Lunedì non c’è stato alterco nel dialogo tra il comandante e il subalterno. Se qualcosa è avvenuta prima, non lo sapremo mai. Di certo nessuno ha sentito o riferito di voci troppo alte, preludio di un regolamento di conti in sospeso. La caserma, quel pomeriggio, era tranquilla mentre l’appuntato era di turno come piantone. La provocazione. Non sapremo neppure quale sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un gesto. Una parola. Un sorriso percepito come beffardo. Di certo Addario ha ritenuto che la misura fosse ormai colma quando, dopo aver parlato a Zingale, è rientrato in ufficio e ha preso la pistola per andarlo ad ammazzare. Non era depresso. Addario non era malato di depressione. O almeno nessuno se n’era accorto. Di certo aveva un carattere chiuso, introverso, che può aver ingigantito alcune asperità nel confronto con il comandante. Nessun torto. Ai vertici dei carabinieri assicurano che l’appuntato scelto aveva riportato sempre ottimi giudizi. Insomma, il superiore non lo avrebbe punito o perseguitato, non avrebbe ventilato provvedimenti disciplinari, non gli avrebbe negato legittime aspirazioni di carriera. Nessuna traccia nelle relazioni di servizio e nel curriculum. Il processo. Non viene sottovalutato, nelle indagini, il ruolo giocato dal processo subito da Zingale per la denuncia di una donna secondo la quale il maresciallo aveva cercato di baciarla in caserma. Fu denunciata a sua volta per calunnia. Ma Zingale è stato assolto con formula piena, e lo strascico della supposta calunnia è finito in archivio. Addario testimoniò in aula. Ma disse di non ricordare quasi nulla del giorno in cui la bella signora era andata in caserma. Una versione che non danneggiò il superiore, ma che allo stesso tempo fu abbastanza inutile ai fini della decisione. Forse Zingale fu ferito dai "non ricordo" e si accanì poi con Addario. Non lo sapremo mai, ma la vicenda ha sicuramente creato tensioni, seppur sopite dalla disciplina, ha alimentato la ruggine, trasformandola in rancore. Capita in tutti i luoghi di lavoro. Ma in una caserma le armi sono a portata di mano. E la soluzione finale è a portata di grilletto. Giuseppe Pietrobelli Strage in caserma/ «Forse mio fratello è un saggio che si è fatto giustizia da solo» Luigi Addario: «Renato era martirizzato dal maresciallo Non c'entrano follia e passione, tutto è nato dopo il processo» di Giuseppe Pietrobelli ROVIGO - «Renato era martirizzato dal maresciallo... E avevano voluto fargli dire cose che non erano vere...». Il dottor Luigi Addario, medico al Cardarelli, soppesa le parole. Che hanno comunque la gravità delle pietre, per il loro contenuto che svela lampi di una verità diversa in una vicenda tragica, e per il modo pacato, quasi riflessivo, con cui sono pronunciate. Parla uno dei fratelli di Renato Addario, l’appuntato che ha ucciso il suo comandante e la moglie di lui, sparandosi poi alla testa. Il dottor Luigi Addario, è gastroenterologo al Cardarelli di Napoli, specializzato in tumori al fegato. Esprime argomentazioni ancora dubbiose, sospese, in quella che appare una ricerca che coinvolge tutta la famiglia. E quindi anche Susi, la moglie di Renato, chiusa nel dolore della sua casa a due passi dalla caserma. I fratelli dell’appuntato sono due. Carmine fa il carabiniere in Campania, e sa cos’è la disciplina nell’Arma. Forse per questo si limita a dire: «Ci sono molte cose che stiamo capendo...». La famiglia Addario vuole la verità e ha cominciato a cercarla, mettendo assieme ricordi, tasselli di vita di caserma, confidenze di Renato. Non perchè non si fidi di quella ufficiale, ma perchè in gioco ci sono onore e memoria di un buon padre di famiglia, ottimo carabiniere e uomo irreprensibile. Dottor Luigi, cosa state capendo? «Parlerò al momento opportuno. Ma posso dire che sui giornali abbiamo letto cose assurde». Ad esempio? «La follia. Ma quale follia? E neanche ragioni passionali. C’era qualcosa di molto più importante». A che cosa pensate? «Forse quello che ha fatto mio fratello è il gesto di una persona estremamente saggia che si è fatto giustizia da solo». Di fronte a tre morti sono supposizioni molto gravi. «Guardi, conoscendo bene mio fratello, io so che non ha agito in modo premeditato. Non pensava di uccidere fino a quel giorno, quando qualcosa è scattato». Che cosa? «Probabilmente gli è stato riferito qualcosa che lo ha reso irascibile e lo ha profondamente urtato». È evidente che pensate al rapporto con il comandante. «Il maresciallo è stato descritto come una persona tanto per bene, ma noi abbiamo l’idea che fosse ben altra cosa. E che ci sia gente che sapeva, anche tra i carabinieri. E che non è intervenuta». Zingale aveva avuto quel processo per un supposto tentativo di baciare una donna in caserma. Fu assolto. «Ma le pare possibile per un comandante di una Stazione dei carabinieri? È vero è stato assolto, ma da lì sono nati i problemi». Sono solo deduzioni? «Io parlavo con mio fratello, lui si lamentava con me di essere stato martirizzato dal maresciallo». Perchè? «Forse gli volevano far dire cose che non erano vere...». Suo fratello testimoniò dicendo che non ricordava. «Lui gli ha dato una mano e quello lo faceva martire. Renato era come un secchio che si riempiva, giorno dopo giorno, fino a quando... Probabilmente lui gli avrà detto qualcosa. La reazione di mio fratello è quella di chi ha subito un torto molto grave». Una falsa testimonianza indotta? «Prima di parlare voglio acquisire altre notizie, parlare a fondo con la moglie di mio fratello. Adesso voglio aspettare le autopsie, a cui intendo presenziare. Parlerò a tempo debito. Ci possono essere cose molto serie, per quello che ci stava dietro». Quanto serie? «Ma vi siete chiesti perchè ha ucciso anche la moglie del maresciallo?». Le domande dei familiari richiamano le dichiarazioni severe rilasciate ieri da Antonio Savino, presidente dell’Unione nazionale Arma dei Carabinieri. «Faremo una nostra indagine. Cercheranno di far passare Addario per pazzo. Ma tutti sanno. A partire dai massimi vertici. Qualcosa di grave dev’esserci stato per far esplodere così un uomo mite di cinquant’anni». Giovedì 04 Ottobre 2012 - 10:26 Ultimo aggiornamento: 10:44 Strage in caserma/ Indagini puntate sulle reticenze dell'appuntato in un processo Zingale era stato assolto, ma i rapporti sarebbero divenuti tesi per i "non so" di Addario. I due lavoravano insieme da 14 anni ROVIGO - È nel rapporto interpersonale la pista maggiormente battuta per chiarire il raptus omicida che ha portato l'appuntato Renato Addario, 50 anni, a uccidere ieri pomeriggio nel cortile della stazione dei carabinieri di Porto Viro il suo comandante, il maresciallo Antonino Zingale, 49, e la moglie di questi, Ginetta Giraldo, 51, prima di togliersi la vita con la pistola d'ordinanza. Non è stata ancora fissata la data dei funerali per le tre vittime che potrebbero celebrarsi a fine settimana. Prima il magistrato disporrà l'autopsia, probabilmente entro dopodomani. Scartata la pista passionale, gli investigatori, coordinati dal pm rodigino Stefano Longhi, stanno cercando di scoprire la molla che ha fatto scattare una soluzione così estrema. Tra le varie ipotesi, trova spazio quella dei rapporti tra i due. Rapporti, che in linea di semplice ipotesi di lavoro, potrebbero essersi incrinati dopo la testimonianza di Addario nel processo che vedeva il maresciallo accusato di molestie per presunti tentativi di baci denunciati da una donna, che però si è concluso a fine gennaio scorso con la piena assoluzione del sottufficiale "perché il fatto non sussiste". In quell'occasione l'appuntato avrebbe forse tenuto un atteggiamento diverso da quello che ci si sarebbe potuto aspettare, non difendendo pienamente il suo comandante, sfilandosi dalla testimonianza con dei "non so". Da quel giorno qualcosa potrebbe essere cambiato e certe tensioni, che sono naturali in un ambito lavorativo, si sarebbero acuite, seppure in modo quasi impercettibile all'esterno. Nessuno tra i militari della caserma avrebbe notato l'incrinatura, né l'appuntato lo avrebbe dichiarato apertamente, né si sarebbe confidato con la moglie, verso la quale avrebbe tenuto un comportamento riservato, non entrando mai in questioni personali relative al lavoro. Maresciallo e appuntato si conoscevano da 14 anni, lavorando fianco a fianco e mai erano emersi screzi evidenti, né tantomeno discussioni con toni aspri o ad alta voce. Zingale era un militare deciso, dal carattere definito burbero, ma accomodante. Addario invece era un riservato e introverso. Forse il mancato saluto, qualche volta, del suo comandante, uno sguardo un po' sfuggente, un permesso negato o una battuta di troppo, che in una situazione diversa non avrebbe pesato, potrebbero invece essere stati macigni per lo spirito introverso di Addario. Anche la moglie del maresciallo potrebbe essere stata vista, forse per le posizioni assunte a difesa del marito, come un "avversario". Una situazione di malessere velata di cui nessuno in caserma si sarebbe accorto, né tra i commilitoni né nella comunità di Porto Viro, dove le tre vittime avevano scelto di vivere. Martedì 02 Ottobre 2012 - 16:37 Ultimo aggiornamento: Mercoledì 03 Ottobre - 10:23 Strage in caserma/ Le telecamere hanno ripreso tutto: una tragedia in 21 secondi Le telecamere hanno ripreso un colloquio tranquillo nel cortile Poco dopo Addario esce di nuovo, carica la pistola e spara di Giuseppe Pietrobelli ROVIGO - Tre vite bruciate in 21 secondi. Gli occhi di due telecamere a circuito chiuso, nella moderna caserma dei carabinieri di Porto Viro (Rovigo), sono un documento agghiacciante, e senza precedenti. Perché svelano cosa è accaduto prima della strage. L’ultimo colloquio, apparentemente tranquillo, tra il comandante e il subalterno, senza uno screzio, un gesto di troppo, un accenno di stizza che potesse far presagire l’esplosione violenta. Poi la sequenza scandita dai tre colpi secchi della pistola d’ordinanza calibro 9 impugnata dall’assassino. Uno-due-tre. Il primo per il maresciallo. Il secondo per sua moglie. Il terzo per se stesso. La fine. Poi lo schermo si è animato di nuovo con l’inutile arrivo dei commilitoni a cui non è rimasto che osservare una scena degna di un regolamento di conti fra bande, non certo di una caserma dell’Arma. Ieri mattina nei corridoi della Procura di Rovigo è stato un continuo andirivieni di investigatori. Alcuni di loro, assieme al sostituto procuratore Stefano Longhi, hanno passato e ripassato le immagini registrate da due telecamere collocate sul retro della struttura militare. Dall’alto hanno filmato tutto, senza audio, in una successione drammatica di gesti. La moviola è servita a cogliere le sfumature, a decifrare le espressioni dei volti, il grado di consapevolezza delle vittime di fronte alla morte. La prima sequenza, poco prima delle 15.20. Il maresciallo Antonio Zingale, da quattro lustri alla guida della stazione dei carabinieri, è ritratto in borghese, vicino alla propria Mercedes. Per due giorni non è in servizio, in permesso per la morte del suocero. Gli si avvicina l’appuntato scelto Renato Addario, 50 anni, corpulento, con in mano un sacchetto delle immondizie. I due parlano tranquillamente, come due colleghi qualsiasi. Non litigano, non alzano la voce. Poi il subalterno rientra in caserma. Un minuto e mezzo dopo esce di nuovo. Sono le 15 e 21. Questa volta ha in mano qualcosa, ma il suo comandante non lo vede, chino com’è a pulire il bagagliaio dell’auto, con un piccolo aspirapolvere in mano. Addario entra in un garage di color giallo. Si vede che armeggia, probabilmente carica la pistola. Si gira con gesto sicuro, freddo, implacabile. Non una parola. Il povero Zingale non si accorge della morte che gli viene addosso, neppure sente il rumore fatale dell’arma. Cade, ma la ripresa non rimanda il rumore cupo del corpo abbattuto. Adesso la seconda telecamera inquadra Ginetta Giraldo, 51 anni, padovana di Arzergrande, intenta a curare i fiori di un’aiuola a una quindicina di metri di distanza. Sente il colpo, si gira. Guarda l’appuntato. Il marito è scomparso dietro la Mercedes. Fa qualche passo verso l’uomo che tiene la pistola lungo il corpo, come a coprirla. Le labbra pronunciano incomprensibili parole. Probabilmente chiede cos’è accaduto. Il carabiniere le si fa incontro, la supera quasi a volersi allontanare, ma poi le circonda le spalle con il braccio, e spara la seconda pallottola, dietro la testa. L’ultimo frammento, mostra il carnefice che diventa vittima Avvicina la canna alla faccia, poi alla tempia. E preme il grilletto. Tutto si è compiuto, appena 21 secondi dopo l’inizio. Fonte: www.il Gazzettino.it
® 2004-2019 tutti i diritti sono riservati all' U.N.A.C. Unione Nazionale Arma Carabinieri. E' severamente vietato la copia o l'utilizzo del materiale presente nel sito, senza l'autorizzazione della segreteria nazionale dell' U.N.A.C.